Sito istituzionale dell'Ordine e della Fondazione degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Firenze

SOLLECITO AL C.N.A. AD ATTIVARSI NEI CONFRONTI DEI MASS MEDIA

Oggi, da destra a sinistra si fa un gran parlare delle liberalizzazioni e, immediatamente come per un riflesso pavloviano, si conclude esclusivamente dicendo che le professioni sono una casta da abolire (sic)

Cosa rispondono gli architetti e gli altri ordini professionali?

Il Consiglio Nazionale degli Architetti non è dotato di un ufficio stampa in grado di intervenire nel dibattito in tempo reale? C'è incapacità o indifferenza, nel lasciare che si parli delle professioni senza intervenire, senza arricchire la coscienza pubblica di informazioni che non siano solo demagogiche?
Non vogliamo cercare colpevoli, presenti o passati, vogliamo trovare soluzioni, eque e condivise.
Sul Corriere della Sera Mario Monti domenica 6 febbraio e Dario Di Vico giovedì 10 febbraio, in diversi interventi nei talk-show nazionali, la conclusione di tutti i ragionamenti relativi alla ripresa dell'economia, viene arricchita con la formula magica dell'eliminazione delle rendite corporative derivanti dagli ordini professionali, come motore del rilancio dell'economia stessa. Ma nessuno spiega in modo oggettivo, suffragato dai numeri, quali sono le risorse che si libererebbero abolendo gli ordini professionali.
Puntualizziamo subito che non ci interessa certo difendere l’istituzione dell’ordine, anzi lo diciamo noi che è un apparato residuale di una visione dirigista dello stato, frutto di un preciso momento storico. Ma vorremmo che si argomentasse in modo compiuto, quali risorse, strategiche, si prospetterebbero se gli ordini da domattina non ci fossero più. Quale meccanismo che a noi sfugge, si attiverebbe per rilanciare l'economia italiana? Vista la riconosciuta capacità di questi economisti, sarebbero gentilmente in grado di quantificare e identificare compiutamente le risorse che affluirebbero nell'economia?
Senza alcuna polemica gli architetti (e gli altri professionisti) hanno l'esclusivo interesse a non venire strumentalizzati, cioè essere indicati alla pubblica opinione come la parte parassitaria di una società virtuosa, che senza gli ordini produrrebbe meglio e di più. Il messaggio che oggi viene fatto passare è che se si eliminano gli ordini si elimina una casta di privilegiati.
Intanto vorremmo conoscere i privilegi di cui godiamo. Analizziamo i redditi degli architetti, per vedere che intorno ai 50 anni si incomincia a percepire uno stipendio dignitoso! Ma si sa qual'è la differenza tra uno stipendio e un reddito professionale? Lo stipendio è garantito, il reddito professionale dipende dalla propria produzione, che non ha alcuna tutela in caso di malattia, o di altri impedimenti. Il professionista oggi in Italia è uno dei soggetti economici, che non ha alcuna tutela, in tutti i sensi. Non ha organismi di categoria che lo tutelano, né una giustizia che gli permetta di concludere in tempi tollerabili contenziosi sui mancati pagamenti, si deve finanziare la propria formazione, le proprie attrezzature, non ha ferie, non ha malattia, non ha cassa integrazione. E appunto ci mette una media di 25 anni per arrivare a guadagnare un importo pari ad uno stipendio dignitoso.
Gli ordini professionali tacciono e quindi acconsentono! Lasciano che si stratifichi, nella coscienza collettiva, questo sillogismo: professionisti uguale parassiti.
Cerchiamo allora di mettere in ordine gli elementi del problema.

Oggi in Italia ci sono problemi di sviluppo economico e ridistribuzione della ricchezza. Un punto caratterizzante del rilancio, proposto dal governo, per uscire da questa crisi è il piano casa, proposto per incentivare l’economia. Cioè si propone di costruire, indipendentemente da una analisi sul reale fabbisogno di vani a livello nazionale.

Parliamo pure contro il nostro immediato interesse, e chiediamo, invece, che si rifletta sulle cause strutturali del ristagno dell'economia e si pianifichino adeguate manovre. D'altronde il piano casa non ha dato nei due anni dal suo annuncio dei risultati. E forse non è un caso se la recente crisi mondiale è nata proprio dalla bolla immobiliare: l’edilizia conclude un ciclo economico, cui segue solo la rendita, non rigenera ulteriore sviluppo. Forse, ci permettiamo di osservare, non sono le soluzioni episodiche, che risolvono, pur con le migliori intenzioni, i problemi di una delle maggiori economie del pianeta, come la nostra.

Perchè non si riesce (o non si vuole) a mutuare l'esperienza degli altri stati, anche europei, che crescono? In altri paesi è la ricerca, lo sviluppo tecnologico, la regia sulle eccellenze locali che determina lo sviluppo. Purtroppo piani strategici e strutturali da noi non se ne vedono, e si cercano conigli nel cappello, ma il cappello è obsoleto, e il coniglio ormai è spelacchiato. Una classe dirigente che non si rinnova, o non rinnova il proprio bagaglio culturale, propone solo soluzioni stantie.

D'altro canto dall’opposizione gridano che loro la soluzione la avevano trovata con l’abolizione dei minimi tariffari e nessuno gli ha ancora spiegato, e in questo c'è una forte responsabilità degli ordini professionali, quali sono stati i risultati che si sono determinati, almeno nei servizi di architettura. Infatti lo stato, segnatamente nei lavori pubblici, agisce da committente, e potrebbe/dovrebbe quindi tutelare gli interessi di tutta la popolazione, attraverso le diverse amministrazioni locali. Invece si ritiene lecito che i professionisti, cioè delle persone laureate, che hanno investito sulla propria professionalità e su cui anche lo stato stesso ha investito, debbano lavorare sottopagate, perché pur di accaparrarsi un lavoro sono costretti a farsi reciprocamente concorrenza all’ultimo sangue. Con tanti saluti per il rispetto del lavoro. E' questo il modello di lavoro che ha in mente il centrosinistra? Se si esce dal recinto della fabbrica o dei sindacati, il lavoro può essere sottopagato, vilipeso, avvilito, perchè tanto non porta voti? Il professionista oggi è solo un precario di lusso, cioè non ha alcuna certezza sul lavoro e solo quando riscuote, magari percepisce qualcosa di più di un prestatore d'opera occasionale. Ma sicuramente non forma la borghesia, nemmeno quella piccola, degli anni 50/60.

Sarebbe il caso di aggiornare il calendario e cercare di far capire com'è fatto, oggi, il mondo delle partite iva, e specificatamente quello delle professioni.

L’abolizione degli ordini cosa comporterebbe in termini di crescita economica dello stato? A nostro parere, così come viene proposta: nulla. Sarebbe una semplice operazione mass-mediatica episodica.

Ma se si ritiene che gli ordini siano una corporazione, che peraltro non nascono per volontà dei professionisti, ci domandiamo, quanti professionisti in più sarebbero necessari per bilanciare l'economia italiana e che per “colpa” degli ordini oggi mancherebbero all'appello? Ma lo sa la pubblica opinione che in Italia c'è la massima concentrazione di architetti del pianeta? Che gli architetti e ingegneri sono circa 300.000, oltre a tutti gli altri professionisti nel nostro settore, diversamente abilitati per poter operare nell’edilizia-architettura? Dov'è il freno all'accesso alla professione?

Inoltre qualche solone ci dovrà pur spiegare, come mai, oggi le certificazioni di qualità sono il giusto criterio di valutazione dell'affidabilità del prestatore di servizi o fornitore di beni, ed invece, un esame, l'esame di stato, altera gli equilibri di mercato?

Perché molti non lo sanno, l’ordine professionale significa superare un esame e poi, senza fare nient’altro ci si iscrive. Oltretutto per gli architetti non è nemmeno obbligatorio il tirocinio. Gli unici che hanno il numero chiuso sono i notai, ma nessuno ne ha mai messo in discussione né la necessità, né appunto il contingentamento.

Ed invece, appunto, le aziende certificate ISO o con altri metodi, devono superare esami tutti gli anni. Questo frena l’economia nazionale?

Vogliamo riformare gli ordini? Bene allora si abbia il coraggio di fare una riforma vera e organica.

Intanto si affermi con chiarezza se si ritiene il lavoro intellettuale una ricchezza del paese oppure no. E ci si adoperi per valorizzare questo apporto che dovrebbe essere apprezzato da una nazione. Tanti laureati italiani sono riparati all'estero per veder riconosciuta la dignità del proprio lavoro, che si accompagna anche, ma non solo, al riconoscimento economico, ma che prima di tutto è culturale. Un laureato dovrebbe essere ritenuto una persona che può arricchire un paese, e comunque è una persona che si è sacrificata per ottenere un risultato, non solo economico, come invece sembra che sia l'unico traguardo cui vengono indirizzati tutti, soprattutto le nuove generazioni. Invece è chiaro che i laurefici come alcuni istituti che promettono percorsi rapidi, e i modelli di riferimento imperanti spingono verso la ridicolizzazione di chi studia, di chi sa.

E l'Ordine (il CNA) deve opporre un modello alternativo ai politici che ci vengono a fare la ramanzina sulle corporazioni, senza guardare in casa propria.

Allora si inizi a riformare.

La prateria è aperta. Parliamo di tutto: dalla tutela della prestazione intellettuale, all'eliminazione delle tariffe, accompagnata alla tutela del giusto compenso, con procedimenti esecutivi immediati in caso di mancato pagamento. Si eliminino gli albi professionali, ma si tolga la responsabilità di pubblico ufficiale negli atti amministrativi attribuita ai professionisti (che gli enti locali svolgano la loro funzione di controllo), si permetta la pubblicità, ma si persegua la concorrenza sleale, con Autorità di vigilanza che funzionino, si semplifichino i procedimenti e si riformi la normativa urbanistica ferma al 1942, si unifichino i regolamenti, ecc. Vale da solo l'esempio dell'introduzione della SCIA, disorganica e improvvisato di cui non è chiara l'applicazione. Procedimento che sarebbe potuto essere discusso, analizzato ed applicato qualche mese dopo, risparmiando tempo e denaro in ricorsi e disapplicazione.

I diversi ordini professionali nazionali sono in grado di interloquire tra loro, o l'ordine degli architetti anche da solo, per tutelare l'interesse pubblico del paese che passa indissolubilmente dal rispetto per il lavoro intellettuale?

Si può, a puro titolo di esempio, promuovere l'internazionalizzazione nel campo dei servizi di architettura, visto che nel mondo gli architetti italiani sono apprezzati e ricercati? Si può offrire un altro punto di vista alla pubblica opinione per interrompere questo circuito vizioso, che ci vede accusati e condannati nei programmi televisivi di approfondimento, senza diritto di replica? Ci possiamo attivare per partecipare alla formazione della coscienza collettiva come operatori culturali, quali siamo? Facendo comunicati stampa tempestivi relativi alle contestazioni che ci vengono mosse, chiedendo pressantemente di partecipare ai dibattiti pubblici. Abbiamo paura di non essere considerati o peggio ancora di disturbare la politica?

Ed in sostanza, siamo in grado di proporre nuovi modelli, che provino a pervadere la coscienza collettiva, di uomo rinascimentale contemporaneo, che oggi si potrebbe declinare in quello dell'intellettuale che sintetizza le istanze della tecnica, della tecnologia, dell'arte, con la realtà sociale, economica, politica, interculturale, ed entra, arricchendolo, nel dibattito quotidiano?

Dobbiamo rimanere delle ombre nel processo economico e culturale del nostro paese, o possiamo essere attori del nostro tempo?

Consiglio dell'Ordine degli Architetti di Firenze

Il Documento è stato pubblicato da Dario Di Vico, giornalista del Corriere della Sera nazionale ed è commentabile sul sito:

http://generazionepropro.corriere.it/2011/02/gli_architetti_abolire_gli_ord.html

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