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Ricordo dell’architetto Luigi Lazzareschi

Riceviamo e pubblichiamo il ricordo dell’architetto Luigi Lazzareschi, recentemente scomparso. Con l’occasione, informiamo che l’Ordine degli Architetti di Firenze mette a disposizione il proprio sito internet nel caso in cui parenti, amici o conoscenti volessero utilizzare questo spazio per ricordare pubblicamente un collega venuto a mancare.

 

È scomparso l’architetto Luigi Lazzareschi, fra qualche giorno avrebbe compiuto 80 anni: la moglie Luciana lo ricorda così.
Può sembrare inconsueto che sia la moglie a parlare in memoria di Luigi Lazzareschi, ma penso di poter raccontare di lui con consapevolezza dopo aver passato più di cinquant’anni insieme, svolgendo la professione di architetto, in diverse occasioni insieme a lui.

Non ricordo quando sia stata la prima volta che sono entrata nel suo studio, all’ultimo piano di quella palazzina in fondo al giardino di via Sant’Egidio. Penso fosse proprio all’inizio del ‘68 e rimasi letteralmente a bocca aperta di fronte al suo tavolo da disegno, di dimensioni inusitate, oltre due metri di lunghezza e un metro e venti di altezza, comprato da Leoncini. Mi spiegasti che i disegni del territorio dovevano essere di grandi dimensioni: capii subito quale era la sua passione.

Non parlerò di tutto quello che ha fatto o che abbiamo fatto insieme, sarebbe un curriculum, cioè qualcosa di “arido” che interesserebbe a pochi, ma più che altro non descriverebbe chi era e com’era, per cui parlerò di lui attraverso quattro argomenti, quattro sue opere: il Centro Culturale della Resistenza a Sesto Fiorentino, le tavole grafiche che descrivono le trasformazioni territoriali tra Firenze e Campi Bisenzio, la passeggiata del barone rampante a Calenzano e da ultimo il suo carattere così speciale, opera anche dei suoi genitori, che l’avevano educato così.

Professore alla Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Firenze dal 1992 al 2006, ha scritto articoli, saggi, libri di Storia dell’Architettura.
Libero professionista, ha partecipato a numerosi Concorsi di Architettura in Italia e all’estero, ottenendo, come Capogruppo, premi e riconoscimenti.

La sua prima opera è stata il Centro Culturale della Resistenza a Morello. Si tratta della ristrutturazione interna dell’ex-scuola di Morello con l’addizione di un grande traliccio in ferro a due piani, verniciato di azzurro: due grandi terrazze affacciate sulla pianura di Firenze, opera pubblicata da Bruno Zevi con il titolo “Colori e ferro tra gli ulivi toscani” in L’ARCHITETTURA, n° 302, Milano 1980. Il Parco del Centro culturale della Resistenza aveva un monumento: uno specchio d’acqua e su dei gradoni erano sistemate delle ceramiche invetriate a colori, luccicanti case e fabbriche rosse e lucenti alberi verdi. Poco più di un centinaio erano i partigiani a Sesto Fiorentino, ma il legame che avevano con la popolazione, le case e le fabbriche era strettissimo e ben conoscevano le macchie e i boschi. Questo era il significato di quel monumento.

Straordinario ricercatore, disegnò le trasformazioni territoriali, e urbane, della pianura fiorentina da quando era un lago fino a quando, alla fine dell’800, fu costruita la ferrovia lungo l’Arno. Tavole grafiche pubblicate in: D. Lamberini, L. Lazzareschi, “Campi Bisenzio. Documenti per la storia del territorio”, Prato 1982.

Quei disegni che rappresentano le trasformazioni territoriali della pianura fiorentina, sono stati eseguiti a mano su carta “lucida”, con il pennino 0,1 o forse 0,15 (o sia l’uno che l’altro, secondo quello che doveva essere disegnato), sul suo grande tavolo da disegno di dimensioni inusitate, con il tecnigrafo e l’ausilio di piccole squadre.
Si tratta di sei disegni a china, di grandi dimensioni, ognuno dei quali ha però misure differenti. I nomi delle città, dei canali, dei fiumi, ecc., non sono scritti sulle tavole che rappresentano le trasformazioni territoriali, bensì sono “sovrascritti” su altrettanti “lucidi” che corrispondono alle medesime tavole: fa eccezione solo la prima, quella che rappresenta la pianura completamente allagata, in età villafranchiana, con le scritte “Monte Morello” e “Monti della Calvana”. Seguono le altre tavole dal titolo: I secolo a.c., Fine del X secolo, Secolo XIV, Secolo XVII, Fine del secolo XIX.
Ora sono in una cassettiera apposita per la conservazione dei disegni, insieme ad altri elaborati grafici.

La passeggiata del barone rampante per il Parco del Neto di Settimello a Calenzano, Firenze, del 1986, tutta di legno, si ispira all’idea, di Italo Calvino, di trasferirsi sugli alberi in compagnia degli uccelli e ha come referenti privilegiati i ragazzi delle scuole, che possono partecipare direttamente alla costruzione di attrezzature per la nidificazione e la pastura degli uccelli. Si tratta di un alto edificio in parte su tralicci di legno, in parte completamente chiuso, da sistemare nel parco del Neto per poter osservare, senza essere visti, gli uccelli. Oggi si direbbe un edificio leggero per praticare il “birdwatching”, ossia l’osservazione e lo studio degli uccelli in natura. L’assonometria del plastico, realizzato dal medesimo Luigi Lazzareschi, è pubblicata su “Professione: Architetto”, n. 1, 1990. Ora è conservato in una teca di plexiglas.

Fra le tappe più importanti accenno solo alla sua partecipazione al Piano di Settore Cimiteriale del Comune di Firenze, e alla scrittura del volume dal titolo “La città e i luoghi di sepoltura”, Firenze 1999, che tratta del rapporto della città con i cimiteri, con tutti i problemi di servizi, viabilità e trasporti che ne conseguono.

E infine il quarto ed ultimo argomento: il suo carattere un po’ speciale.
Quando l’ho conosciuto tutti i suoi amici lo chiamavano Gigi e io l’ho sempre chiamato così, non Luigi. E per gli amici la scomparsa di Gigi significa la scomparsa di una delle poche persone con cui si poteva parlare, ridere e scherzare con garbo ed ironia, proprio come uno di loro mi ha scritto qualche giorno fa…
Gigi, con quel suo modo di fare, aveva rapporti veri con le persone più disparate e non solo con l’amico medico o con gli amici architetti o con i colleghi professori della facoltà… Altri mi hanno detto, anche se in modo differente, qualcosa del genere.

Cinque o sei postini, o forse di più, dell’ufficio postale di Poggibonsi, dove Gigi allora risiedeva, un certo giorno si sono tutti quanti “allineati” dietro lo sportello delle raccomandate. E uno di loro mi ha chiesto cosa fosse mai accaduto a mio marito dal momento che, da un pezzo, mi presentavo sempre io, da sola. Naturalmente li ho informati, e gli ho anche detto cosa stava accadendo in quel periodo nel quale c’erano ancora tante speranze…
E questo postino, dopo aver espresso il suo dispiacere, guardando me e gli altri suoi colleghi, come per raccogliere le loro adesioni, ha detto che Gigi era la persona più simpatica che avessero mai conosciuto in vita loro.
Mi sono allora immaginata che lui, con i postini di Poggibonsi, aveva intessuto un rapporto vero.
Aveva molti doni Luigi” mi ha scritto in questi giorni la cugina Marzia “uno era di essere molto calmo e riflessivo, poi aveva una innata percezione al bello…; poi aveva una grande manualità tanto da riprodurre i mezzi agricoli con grande perfezione ed ingegno; insieme coltivavamo la passione per il bosco…”.
Gigi raramente si metteva a parlare di sé, piuttosto ascoltava quello che gli altri avevano da raccontare e poi di tanto in tanto lanciava qualche commento: ed era sempre una sottile ironia che faceva morir dal ridere tutti quanti… Aveva a volte questa capacità.

 

Luciana Capaccioli, architetto, Firenze